| |
Umberto Rinaldi è un
talentuoso regista sannita che sta distribuendo i propri lavori
(cortometraggi con attori non professionisti) con la “Vocidentro
Produzioni”. Abbiamo guardato i quattro cortometraggi da lui ideati e
diretti come episodi di un’opera a sé: considerarli come parte di un tutto è
il modo migliore per capire le intenzioni che animano il giovane autore. Con
i dovuti distinguo non è difficile scorgere nei film lo stesso corrosivo
spirito del Dino Risi de “I Mostri”: la voglia e il gusto – probabilmente il
“dovere morale” – di mettere alla berlina, con forti dosi di vetriolo, i
vizi del popolo italiano.
Nei “Mostri” Risi derideva amaramente un’Italia in pieno boom economico,
ormai preda di tutti i vizi piccolo-borghesi: amichetta/amante, auto nuova
(guai a chi la tocca!), partita di calcio, smanie di protagonismo e prime
forme di tele-dipendenza. A suo modo Rinaldi ritrae i difetti di un popolo
che sembra davvero non cambiare. Il menefreghismo e il razzismo, la
speculazione sulla morte in “Dead Man Watching”; il “siamo tutti meccanici”
(e allenatori in vista dei Mondiali, ingegneri durante il condono edilizio,
fiscalisti per la Finanziaria, giudici per reati di particolare efferatezza)
in “Art. 4”; il fascismo strisciante e “notturno” della provincia in
“Nostalgie Beneventane”. Quando invece cede spazio all’analisi di un’Italia
globalizzata, traspare il peggior difetto: la fretta. La fretta che uccide
ogni rapporto o che ne preclude la nascita, che lo piega all’utile e
all’interesse particolare, la fretta dominata dai “le faremo sapere”, “ti
lascio perché devo scappare”. E’ “Auto in doppia fila”, l’ultimo film, del
2003.
A distinguere lo stile di Rinaldi è un modo piuttosto visionario e surreale
di costruire le proprie storie, paradossalmente aiutato dai mezzi tecnici,
sicuramente di portata non hollywoodiana. Alcune sequenze sono memorabili:
la salita delle scale che apre “Dead Man Watching”, sottolineata da una
fosca e fumosa “Black Market Baby” (Tom Waits); una Benevento lunare e
deserta in cui uno sparuto gruppo di nostalgici in camicia nera si
autocelebra con fierezza; l’ineffabile meccanico a riposo che – dopo aver
sequestrato le insistenti autiste in panne – solleva il cartello “Fesso chi
guarda”. Anche le scelte musicali (Beethoven, De Gregori, Waits) sono ben
meditate e opportunamente distribuite.
Rinaldi non rinuncia al bozzetto ben disegnato, anzi il suo punto di forza
sta proprio nel concentrare l’attenzione su alcuni caratteristi (sono tutti
attori non professionisti), evidenziando dei personaggi-chiave: il placido
corriere che attende la rimozione dell’auto in doppia fila, il
barbone-filosofo, il passante che suggerisce con insistenza la spinta
dell’auto in panne, il solitario e impertinente scocciatore telefonico, il
“ducetto” che ordina l’eliminazione dell’oppositore. Su tutti svetta
l’attore-feticcio Max Nuzzolo, per tre volte meccanico (in corsa; a riposo;
intento a scrutare i misteri e i pericoli di un motore), dotato di
un’irresistibile “vis comica”.
“Auto in doppia fila” è senza dubbio il suo film più riuscito: dal punto di
vista visivo ma soprattutto per la compiutezza e la sistematicità
dell’opera. E’ privo degli spunti deliziosi e “sopra le righe” dei suoi tre
predecessori: sicuramente l’autore è giunto ad un grado di maturazione più
elevato e non tradisce il suo innato spirito di acuto e disincantato
osservatore dei comportamenti umani.
Donato Zoppo
|
|