Anno 10°. N. 92 Giugno-Luglio 2004

 

 
 

Esordisce la Vocidentro: i deliziosi cortometraggi di Umberto Rinaldi
L’Idea incontra il giovane cineasta sannita

 
 


Umberto Rinaldi è un talentuoso regista sannita che sta distribuendo i propri lavori (cortometraggi con attori non professionisti) con la “Vocidentro Produzioni”. Abbiamo guardato i quattro cortometraggi da lui ideati e diretti come episodi di un’opera a sé: considerarli come parte di un tutto è il modo migliore per capire le intenzioni che animano il giovane autore. Con i dovuti distinguo non è difficile scorgere nei film lo stesso corrosivo spirito del Dino Risi de “I Mostri”: la voglia e il gusto – probabilmente il “dovere morale” – di mettere alla berlina, con forti dosi di vetriolo, i vizi del popolo italiano.
Nei “Mostri” Risi derideva amaramente un’Italia in pieno boom economico, ormai preda di tutti i vizi piccolo-borghesi: amichetta/amante, auto nuova (guai a chi la tocca!), partita di calcio, smanie di protagonismo e prime forme di tele-dipendenza. A suo modo Rinaldi ritrae i difetti di un popolo che sembra davvero non cambiare. Il menefreghismo e il razzismo, la speculazione sulla morte in “Dead Man Watching”; il “siamo tutti meccanici” (e allenatori in vista dei Mondiali, ingegneri durante il condono edilizio, fiscalisti per la Finanziaria, giudici per reati di particolare efferatezza) in “Art. 4”; il fascismo strisciante e “notturno” della provincia in “Nostalgie Beneventane”. Quando invece cede spazio all’analisi di un’Italia globalizzata, traspare il peggior difetto: la fretta. La fretta che uccide ogni rapporto o che ne preclude la nascita, che lo piega all’utile e all’interesse particolare, la fretta dominata dai “le faremo sapere”, “ti lascio perché devo scappare”. E’ “Auto in doppia fila”, l’ultimo film, del 2003.
A distinguere lo stile di Rinaldi è un modo piuttosto visionario e surreale di costruire le proprie storie, paradossalmente aiutato dai mezzi tecnici, sicuramente di portata non hollywoodiana. Alcune sequenze sono memorabili: la salita delle scale che apre “Dead Man Watching”, sottolineata da una fosca e fumosa “Black Market Baby” (Tom Waits); una Benevento lunare e deserta in cui uno sparuto gruppo di nostalgici in camicia nera si autocelebra con fierezza; l’ineffabile meccanico a riposo che – dopo aver sequestrato le insistenti autiste in panne – solleva il cartello “Fesso chi guarda”. Anche le scelte musicali (Beethoven, De Gregori, Waits) sono ben meditate e opportunamente distribuite.
Rinaldi non rinuncia al bozzetto ben disegnato, anzi il suo punto di forza sta proprio nel concentrare l’attenzione su alcuni caratteristi (sono tutti attori non professionisti), evidenziando dei personaggi-chiave: il placido corriere che attende la rimozione dell’auto in doppia fila, il barbone-filosofo, il passante che suggerisce con insistenza la spinta dell’auto in panne, il solitario e impertinente scocciatore telefonico, il “ducetto” che ordina l’eliminazione dell’oppositore. Su tutti svetta l’attore-feticcio Max Nuzzolo, per tre volte meccanico (in corsa; a riposo; intento a scrutare i misteri e i pericoli di un motore), dotato di un’irresistibile “vis comica”.
“Auto in doppia fila” è senza dubbio il suo film più riuscito: dal punto di vista visivo ma soprattutto per la compiutezza e la sistematicità dell’opera. E’ privo degli spunti deliziosi e “sopra le righe” dei suoi tre predecessori: sicuramente l’autore è giunto ad un grado di maturazione più elevato e non tradisce il suo innato spirito di acuto e disincantato osservatore dei comportamenti umani.

Donato Zoppo

 

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