P.F.M. 35 anni di rock immaginifico - Donato Zoppo  

 

Intervista a Donato Zoppo

 

Abbiamo avuto la fortuna di avere con noi Donato Zoppo, attivo e sferzante giornalista musicale - quasi autorevole - che ha da poco realizzato (come avete potuto leggere tra le news di queste pagine) il volume Premiata Forneria Marconi - 1971-2006, 35 anni di rock immaginifico pubblicato da Editori Riuniti per la collana Momenti Rock.

C’è da premettere che intervistare Donato è impresa molto difficile in quanto negli ultimi tempi vive una serie di sdoppiamenti della personalità tra personaggi tedeschi, inglesi, postini e tifosi sfegatati che abbiamo dovuto tenere a bada per evitare che escissero fuori per glissare sulle domande più taglienti e infuocate (e ce ne sono state molte!!!!).

In ogni caso, all’incontro programmato al ristorante “Ru Bangale*” di Baranello (CB) l’autore appariva lucido, quasi brillante, si presentava infatti pressappoco così:

Nulla lasciava presagire quello che è accaduto dopo. E siamo partiti con le domande:

 

Donato Zoppo, un cognome che ai più evoca battute idiote e assurde del tipo “chi va con lo Zoppo impara a zoppicare”, “cammini bene per essere Zoppo” ecc. ecc. Ci puoi suggerire una battuta sul tema che non ti è mai stata detta?

Quando qualcuno - con fare sagace e orgoglioso, come se fosse la prima volta che la battutina sia nominata - mi dice “Chi va con lo zoppo…”, io lo blocco drasticamente e aggiungo subito: “Arriva in ritardo”…  Non mi vengono in mente battute sul tema, ma ho un bel ricordo risalente a qualche anno fa. Andavo a lezione privata da un professore di cui non posso rivelare il nome per motivi di privacy (ma dico il cognome: Lombardi), la prima volta citofono dicendo “salve sono Zoppo”, una volta salito costui mi squadra dalla testa ai piedi e dice: “Beh, zoppo non mi sembra, anzi sei pure bello grosso”…

Un’altra cosa simpatica mi è stata detta dal mio caro amico Giovanni Del Mastro, consigliere comunale di Andria (BA), che ho avuto l’onore di conoscere di persona in occasione dell’Andria Prog Fest. Giovanni purtroppo è una persona diversamente abile, eravamo in carteggio e-mail e mi ha scritto: “Io senza braccia, tu zoppo, facciamo proprio una bella coppia”. Non ho mai trovato persone che ironizzano così sul loro handicap, lui poi è assolutamente autonomo, ed è da ammirare la sua passione. Io non ho una tempra così, se non fossi stato zoppo solo di nome non avrei avuto la sua caparbietà.

 

Il libro sulla PFM è organizzato in capitoli, ogni album è un capitolo e per ogni capitolo si parla di storia della band e di tutto ciò che capita intorno ad essa (musicalmente e non). Puoi raccontarci un po’ di te facendo la stessa cosa con la tua vita? Segnalaci almeno quattro o cinque eventi che consideri importanti e inquadrali storicamente.

Così facendo darò un formidabile assist ai numerosi miei biografi che sono già al lavoro (due di loro stanno anche progettando un monumento equestre in onore delle mie eroiche gesta), ma oggi sono buono e accetto di risponderti. La mia vita fino ad ora può essere divisa in due grandi fasi: la prima va dalla nascita (1975) al biennio 2000-2001, è un lungo evo che gli studiosi definiranno l’Era dell’Agnosìa; la seconda fase, tuttora in corso, è detta invece l’Era della Scoperta. In questa seconda età sono successe molte cose che hanno cambiato la mia vita: incontri, addii, conoscenze di persone speciali, un grande amore e altre cose non sto qui a dire perché tutto è da scoprire. Spero che ad essa faccia presto seguito una terza fase, ovvero L’Era della Conoscenza, in cui tutte le scoperte si comporrano naturalmente, come tessere di un mosaico. A questa seguirà la fase ultima e decisiva (anche per i destini dell’umanità): L’Era dell’Autorevolezza. Però tu sai bene che sto lavorando alacremente e in prima persona affinché questa quarta epoca si apra subito, nell’immediato, poiché la comunità internazionale sente l’esigenza di un cambiamento che solo questa nuova età potrà produrre.

 

Nella tua pur breve biografia alla fine del libro (oltre al fatto di essere nato a Salerno) si leggono diverse cose sulle tue esperienze come la collaborazione con Le vie della musica, la militanza nella band Carovana Eterea Malaavia, la scrittura di racconti zen, la partecipazione ai progetti Vocidentro. Cosa hai da dire in tua discolpa? E soprattutto, come pensi di risanare il tuo debito nei confronti dell’umanità e del cosmo?

Per quanto riguarda il mio debito karmiko, riconosco che ne sto accumulando a iosa da tante vite, dunque collaborazione più, collaborazione meno… cambia ben poco caro Umberto, sono condannato a rinascere e accetto con serenità tale pena. Ma non ho nulla da dire in mia discolpa: svolgere queste attività parallele - alcune anche ai margini della legalità e della sanità mentale, spesso in lotta con il buon senso - è un mio preciso dovere morale, un impegno nei confronti della Storia e dell’umanità, in particolare girare i film con Vocidentro, che è un evidente (ma ancora incompreso, tocca lavorare con maggiore tenacia) progetto di rinnovamento del mondo, una vera e propria palingenesi umana.

 

Parlare dei sui misfatti fa vacillare l’ottimo autore che comincia ad attaccarsi alla bottiglietta per non sentire i sensi di colpa

 

Prima di passare al libro cerchiamo di inquadrarlo e contestualizzarlo. Il tuo libro viene dopo i racconti beneventani di Margherita Merone, l’ultimo volume di poesie di Cosimo Caputo e il famoso Epicus Furor di Vincenzo Dente, oltre alla continuità territoriale con gli autori ora menzionati, cosa ti avvicina ad essi e cosa invece te ne allontana? Ti preghiamo di essere sincero…

Amico mio, come al solito sei troppo buono con me, non merito tanto: hai nominato tre opere capitali della contemporaneità, vere e proprie summe del pensiero moderno, non solo nelle nostre desolate contrade. Per me è un onore poter avere una piccola contiguità territoriale con tali autori: ma questa è l’unica cosa che mi avvicina a costoro. Devo lavorare ancora tanto per giungere ai loro livelli, per sfiorare tali vette di acume, serietà, indipendenza di pensiero e azione; i miei scritti sono a malapena degni del compianto Antidoping, de L’Unione, al massimo del bollettino del Circolo Trieste. Ma sono fiducioso sulle mie capacità e lavoro costantemente per migliorarmi anche se, purtroppo, l’assenza di “sangiorgesità” (come sai sono di origine metà salernitana e metà piemontese) mi compromette in partenza. Ma non demordo, farò tanta gavetta e un giorno sfonderò! Vorrei tanto diventare come loro e avere la capacità di esprimermi con gli stessi risultati. Il massimo sarebbe avvicinarmi anche ad altri lodevoli autori locali che hai - colpevolmente e disgraziatamente, lasciamelo dire - dimenticato: Gerardo Santucci, Dino Nardone, Paolo Bocchino, Achille Mottola, Pasquale Bosco, Giuseppe Romano. A loro va tutta la mia solidarietà.

 

Ora passiamo al libro partendo dall’esterno. Fatto 100 il numero di potenziali acquirenti che in libreria notano il volume, quanti pensi che andranno oltre e lo lasceranno lì dopo aver visto la foto di copertina?

Devo dire che anche io ho dei problemi di approccio con quella foto, ma ho pensato subito ad un rimedio: d’accordo con il mio editore, a breve mi imbarcherò in un capillare tour nelle librerie italiane, farò delle tappe in ogni città e di notte applicherò delle copertine scure ai libri, con una foto a colori dell’Autorevole Armin Viglione, in modo tale da stimolare la lettura. È scientificamente provato - le indagini di marketing ce lo stanno confermando con crescente nettezza - che quell’Autorevole e Venerabile Immagine (un Volto Santo, a detta di Messori e Baget Bozzo) spingerà anche i più refrattari all’acquisto del volume, alla lettura, all’approvazione incondizionata e acritica del suo contenuto. Mi è giunta voce che se ne stia dotando anche Bruno Vespa per le copertine dei suoi “libri”, ma stiamo rimediando con il deposito della foto per evitare appropriazioni indebite da parte di questi non-autorevoli che tentano bassi espedienti e pietosi colpi di mano.

 

E ora andiamo nel contenuto. Al di là della tua passione per la band e dell’entusiasmo degli ospiti che firmano la prefazione (ricordiamo che sono Mauro Pagani, Vincenzo Incenzo e Greg Lake) quanto credi possano ancora contare i 4 della PFM nel panorama rock italiano? Al di là del mito che li circonda e dei pezzi di storia che hanno lasciato (e che tu hai brillantemente focalizzato), hanno ancora qualcosa da dire o sono solo i 4 sfigati che appaiono in copertina?

È un vero peccato che lo sfigato n. 1 nella foto (il tastierista Flavio Premoli) abbia lasciato la PFM da poco. Un peccato perché i quattro della copertina, quando sono insieme, grazie alla sintonia musicale che possiedono, hanno sempre qualcosa da dire, in particolare sul palco. Certo il peso specifico della PFM nel rock italiano attuale non è lo stesso degli anni ’70, quando facevano tendenza persino nell’uso di una particolare amplificazione o nel numero di watt che sparavano dal vivo. Purtroppo tocca rassegnarsi: “Sic transit gloria mundi”, dicevano i latini, e oggi lo spazio che un tempo occupava la gloriosa PFM è in mano a rockers giovani e agguerriti come Ghibli o il Bepi.

 

I vari capitoli del tuo libro sono tutti ben strutturati con riferimenti precisi alla discografia e con collegamenti storici ben mirati, ora ci dici le cose che avresti voluto scrivere e che non hai potuto?

Sono una persona perennemente insoddisfatta di ciò che scrive, senza dubbio anche questo libro poteva essere migliore, ho fatto quel che ho potuto. Certo fossi stato un socio occulto di Malkuth sarebbe stato tutto diverso, ma al momento non disponevo di ingenti capitali. Avevo molte cose da dire e poco spazio, dunque alcuni concetti sono stati esclusi, ad esempio che la PFM avrebbe dovuto assegnare la produzione dei propri videoclip a Vocidentro perché quei pochi che ha fatto sono a dir poco scandalosi. Inoltre, visto che siamo in vena di confidenze, avrei gradito una quarta prefazione, a cura di Baffo Picone, ma non si può avere tutto dalla vita. Faccio pubblica ammenda e spero in una seconda edizione, riveduta e corretta, che riesca a colmare tutte queste lacune.

 

E intanto continua a bere…

 

Il rock immaginifico, come lo definisci nel titolo, fa pensare a un esperienza non solo uditiva ma che coinvolge tutto il corpo e la mente, raccontaci come hanno reagito corpo e mente all’ascolto di quegli album meno riusciti e segnalaci quali sono.

La prima volta che ascoltai PFM? PFM!, il disco del 1984, considerato da tutti il meno convincente nella carriera della Premiata, non ero allo specchio ma ricordo benissimo la mia espressione, simile a quella dell’Ing. Calighan nel tuo corto Cicche di sigarette sulla via della salvezza. In seguito, pian piano, con il passare degli ascolti, questa espressione è mutata e si è avvicinata a quella di Dario Nardone che annuisce nello stesso film. Ci vorrà ancora molto tempo, ma se gli ascolti del disco proseguiranno con rigore, metodo e disciplina, sicuramente assumerò quella del postino Traverso Mancastroppa quando vede la maga ne La luna di Traverso.

 

Sappiamo che non si tratta di una biografia autorizzata però sappiamo anche che sei in buoni rapporti con la PFM. Come mai nel libro non sono intervenuti nemmeno con due righe? Hanno molta fiducia in te o… In parole povere, dietro quell’aspetto da impiegati postali appena scesi da un pullman di vacanzieri a Pompei, hanno dispensato sorrisi e disponibilità alla tua iniziativa o sguardi di odio e ostracismo?

Ho contattato la PFM durante il periodo della produzione di Dracula e anche successivamente, quando la band era impegnata nei concerti e nel tour straniero, per cui aveva poca disponibilità a concedersi. È anche vero che loro conoscono i miei rapporti con giornali e artisti vari, veri artigiani dell’intelletto e psiconauti: Le Vie Della Musica, Cacasottolo Simaldone, Varnadi, Giovanni Calicchio, Franco Pastore, i Cornacchioni, Tano L’Informatore, Gino, Bernabò, il Turco, Leopoldo e tantissimi altri. Ebbene, dare una mano ad una persona con tali collegamenti può essere davvero molto rischioso, loro lo sanno benissimo e così hanno deciso di chiudere tutte le porte con il sottoscritto. A dirla tutta hanno fatto bene, avrei fatto lo stesso anche io. Altro non è che istinto di sopravvivenza. Solo tu non immagini il rischio che corri intervistandomi.

 

E ora chiudiamo. Sappiamo che la musica degli ultimi anni, insieme a qualche perla ci regala anche molto commercio e affarismo. Tu hai appena chiuso il libro sulla PFM e ti prepari a dirigere la collana TranSonanze, in che posizione ti poni? Ti senti ingranaggio di un meccanismo pubblicitario? Artista? Cronista? Oppure, in quanto appassionato di musica senza rimedio, ti senti come un topo nel formaggio (tanto per citare Ivan Graziani)? 

Stavo per dirti che mi sento uno squallido cialtrone pronto ad approfittare della buone fede e dei risparmi del prossimo, ma la citazione di Ivan Graziani mi rende immediatamente incline alla menzogna: sono semplicemente un missionario, altruista e carico di abnegazione, pronto a diffondere la miglior cultura musicale nell’orbe terracqueo. Acquistate i miei libri, fanno anche bene alla salute!

 

L’intervista è finita, abbiamo salutato l’autore con un po’ di tristezza, non pensavamo che i sensi di colpa e il disagio fossero tali in lui da provocare reazioni alcoliche come quelle mostrate durante la nostra intervista. Mentre andavamo via, egli è rimasto (per ore a sentire quelli di "Rù Bangale" a fissare il tappo del bottiglino…

Quello che veramente non si spiega è come abbia fatto un autore in tale decadenza psico-fisica (e con tali legami con alcuni personaggi e organizzazioni deviate del mondo contemporaneo come i Cornacchione, Simaldone, Vocidentro e Mal’kuth) a scrivere un libro dai contenuti così lucidi e dallo stile così alto. Non possiamo far altro che invitarvi a comprare il libro per capire questo mistero o almeno per cercare di sostenere l’opera di redenzione nei suoi confronti.

 

 è un'intervista 

Vocidentro Film

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* Ru Bangale= Il termine, in antico dialetto Baranellese, indica "il Mantesino". Costume tradizionale di Baranello che ha consentito alla comunità del luogo di vincere diversi concorsi di costumi caratteristici in Germania.

 

 

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