| |
Il 2005 si apre con l’opera prima di Antonio
Smiraglia, un giovane regista sangiorgese che (dopo tanti travagli e dopo
aver girato un film che ancora non vede la luce) grazie soprattutto
all’aiuto dell’intraprendente casa di produzioni “Vocidentro”, riesce a
terminare “La vittima e il carnefice”. Il film cade in una stagione
cinematografica non certo benevola per le pellicole italiane, e per questo
attira l’attenzione dei cinefili a caccia di nuovi nomi e nuove suggestioni
provenienti dal variegato universo cosiddetto “underground” del cinema
nostrano.
Chi si aspettava impegno sociale, cinema di rottura, sperimentazione dei
linguaggi e materializzazione di passioni non può che restare deluso di
fronte a questa prima opera dello Smiraglia. Piuttosto che allargare lo
sguardo verso nuovi orizzonti del cinema, lo Smiraglia sembra ripiegare la
vista in basso verso il proprio ombelico e farcisce il film di elementi
narrativi e iconografici che, con il pretesto della citazione, si risolvono
in riproposizione di vecchi refrain privi di senso e di confuse passioni
personali. L’ossessione per la giovane donzella e il sogno erotico che
l’accompagna, l’uomo rinchiuso in uno squallido garage (forse il vano
tentativo di evocare atmosfere noir di altri tempi?), il proprio film
preferito che scorre sullo schermo del presunto assassino, vengono goduti
dal regista come una lunga masturbazione ma, come ogni masturbazione che si
rispetti, produce piacere nel regista stesso ma non produce nessun effetto
sullo spettatore. A questo punto ci viene un sospetto: sarà che allo
Smiraglia piace farsi guardare mentre si masturba? Il dubbio per il momento
non può essere risolto ma almeno ci aiuta a dare un senso al film.
Per evitare facili equivoci, va ben specificato che ne “La vittima e il
carnefice” non tutto è da buttar via. Si salva infatti l’interpretazione dei
due attori principali. Chiara Guarino abbiamo già avuto modo di vederla ed
apprezzarla nell’ottimo “Come auto in doppia fila” diretto da Umberto
Rinaldi (tra l’altro presente come comparsa nel film), mentre desta un
ottima impressione Fabiano??? (anch’egli si dice stia girando un film con il
Rinaldi). L’attore sangiorgese interpreta con ottima padronanza il ruolo del
maniaco-psicopatico-insicuro che lo Smiraglia ha voluto assegnargli e si
muove bene anche con le voci fuoricampo (colpisce in modo particolare la
frase “Puttana! M’ha fregato!” pronunciata nelle sequenze finali del film
che rimane in mente come poche altre frasi nella storia del cinema).
Ci fa piacere inoltre aver notato due elementi che nei titoli di coda il
regista specifica in maniera inequivocabile. Il primo è che nessun Falano è
stato ucciso per girare questo film (frase che conferma l’impegno che da
sempre egli porta avanti nella salvaguardia dei Falani). Il secondo sono le
scuse fatte dall’autore ad un gruppo di registi (anche se su quest’ultimo
punto lascia l’amaro in bocca l’assenza dalla lista di alcuni registi
importanti come, tra gli altri, Godard e Rinaldi).
L’auspicio per il futuro di tutti noi appassionati ed attenti osservatori di
cinema è sicuramente quello che, lo Smiraglia e tutti gli altri registi
indipendenti, siano capaci di disgiungere il fare cinema dalla passione per
il cinema e che guardino ad esso come ad un dovere morale di civilizzazione
di se stessi e degli altri e non come ad uno sfogo di devianze e
frustrazioni personali.
| |
|
|
|
| |
|
Riberto Umbaldi
- Il Manifesso - |
|
|
|